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Il gatto è un animale sociale?


Cominciamo il nostro viaggio nel complesso mondo del comportamento felino cercando di rispondere a questa, apparentemente semplice, domanda. Negli ultimi anni questo argomento infatti è stato occasione di dibattito tra gli studiosi del comportamento felino.

Cerchiamo quindi di fare un minimo di chiarezza chiedendoci innanzitutto cosa sia un animale sociale.  Per “animale sociale” si intende un animale che stabilisce delle relazioni affettive continuative con soggetti della stessa specie (socialità intraspecifica) o con soggetti di specie diversa (socialità interspecifica). Se ci basiamo solo su questa definizione ognuno di noi, proprietario di uno o più gatti, non potrà che rispondere “Certo, il gatto è un animale sociale!”

In realtà il gatto è un animale molto più complesso, difficilmente catalogabile all’interno di una definizione.  Il “sistema sociale” del gatto è variabile: un gatto può vivere benissimo come individuo solitario, totalmente indipendente da altri soggetti, oppure può convivere in gruppi più o meno ampi all’interno dei quali mostrerà comportamenti diversi a seconda delle occasioni. In altre parole il gatto non è un animale sociale obbligato.

Ma cosa spinge un gatto ad essere solitario o ad aggregarsi in colonie?

In generale un comportamento in natura tende ad esprimersi e a mantenersi quando risulta “utile per la sopravvivenza”. In condizioni di vita allo stato selvatico il gatto tende ad essere un individuo solitario in quanto, nutrendosi di piccole prede come topi o uccelli, ha a disposizione modeste quantità di cibo che non sarebbero in grado di sfamare un gruppo di animali. Con la comparsa delle città e con la domesticazione le condizioni sono cambiate: il cibo spesso non è più un problema in quanto è disponibile in grandi quantità, frequentemente distribuito dall’essere umano. Questo ha permesso al gatto di scegliere di vivere in gruppi per sfruttare al meglio le opportunità offerte da questa situazione.  

Anche all’interno del gruppo però ogni gatto tende a mantenere le caratteristiche di individuo solitario gestendo in modi diversi le interazioni con gli altri membri. Assistiamo così allo sviluppo di relazioni amichevoli con alcuni soggetti mentre al contempo si possono osservare antipatie tra individui in particolari situazioni. Si tratta di un complesso sistema sociale che cominciamo a capire pian piano.

Come si struttura un gruppo di gatti?

Il “cuore “ di una colonia di gatti è femmina: si tratta infatti di una società matrilineare. Sono le femmine che sviluppano comportamenti affiliativi e che collaborano tra loro nella cura e nell’educazione dei cuccioli. Può trattarsi di femmine imparentate tra loro (ad esempio madre-figlia o sorelle) o di femmine non imparentate (in questo caso gli etologi parlano di “altruismo reciproco”). Le gatte che non hanno cuccioli aiutano quelle che li hanno in diversi modi: cooperano nella pulizia dei cuccioli al momento della nascita, portano cibo alla madre, aiutano la madre nel trasporto dei gattini da un posto all’altro o restano con i cuccioli quando la madre si allontana per mangiare e in questo modo li proteggono dai predatori. Il “favore” verrà poi ricambiato.

I maschi presenti nel gruppo di solito sono rappresentati da figli o fratelli delle femmine presenti; altre volte ci sono gatti “estranei” che vengono accettati dalle femmine per l’accoppiamento.

All’interno di un gruppo di gatti ci sono degli “amici preferiti”. Se si osserva si riesce ad identificarli abbastanza facilmente: si tratta di quei gatti che stanno frequentemente vicini, dormono insieme, si leccano reciprocamente, si strofinano uno con l’altro, giocano tra loro.  Tutti questi comportamenti servono a creare un legame anche attraverso l’acquisizione di un “odore comune” del gruppo. Spesso, ma non necessariamente, si tratta di gatti che sono nati e cresciuti insieme.  

Nei confronti di gatti estranei al gruppo  uno o più individui della colonia manifestano comportamenti aggressivi volti ad allontanare l’intruso. Assistiamo quindi a miagolii, soffi, inseguimenti e, nel caso questi non fossero sufficienti, anche a lotte violente. Il processo di inserimento di un nuovo individuo in un gruppo preformato richiede diverso tempo.

Sociali si nasce o si diventa?

Il gatto, così come l’uomo, il cavallo o il cane, ha la capacità di sviluppare delle caratteristiche sociali proprie della specie ma tali caratteristiche non sono già presenti al momento della nascita. Questo significa che, ad esempio, se un gattino viene cresciuto in una casa dove non ci sono altri gatti non avrà da adulto la capacità di capire i segnali comunicativi emessi dagli altri mici in quanto non avrà appreso, e quindi sviluppato, le esperienze del legame sociale e la capacità di interagire.

Allo stesso modo un gattino che, fin da piccolo, non è mai stato a contatto con l’uomo non sarà da adulto un gatto che si lascerà avvicinare facilmente né tantomeno sarà un gatto che si lascerà coccolare o che entrerà in rapporto con l’essere umano.

Al contrario, se un gattino comincerà fin da piccolo a fare esperienze stando a contatto con altri gatti, con l’uomo o con altre specie animali e se queste esperienze saranno di tipo continuativo, allora avremo un gatto che avrà la capacità di entrare in relazione sia con i propri simili che con le altre specie.

Il rapporto che un gatto instaura con l’essere umano è di tipo paritario: riconosce infatti nell’uomo un individuo con cui avere una relazione, a volte anche molto profonda. Per il gatto, ad ogni modo, l’uomo non rappresenta mai un centro di referenza sociale contrariamente a quanto avviene per il cane.

Anche nei confronti di noi umani che apparteniamo al suo gruppo il gatto avrà comportamenti simili a quelli che avrebbe con un “amico preferito” della colonia: si strofinerà addosso quando rientriamo a casa, cercherà un contatto con il viso, dormirà vicino a noi, ci leccherà.

Quindi la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio ora ci appare un po’ più chiara: il gatto è un animale sociale ma sempre con l’animo di un gatto!

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